Parole d'amore
Considerando che il Natale è ormai alle porte, all'Italian International Film di Fulvio Lucisano hanno pensato bene quest'anno di farci avvicinare anche cinematograficamente a Dio. Allora, ecco balzare sugli schermi italiani Parole d'amore, diretto dall'accoppiata Scott McGehee - David Siegel, già responsabile, nel 2001, del thriller "I segreti del lago", ed adattato dall'omonimo, acclamato romanzo di Myla Goldberg, incentrato su quell'ansia di perfezione che tormenta la vita familiare americana moderna.
Al centro della vicenda troviamo la piccola Eliza Naumann, con il volto dell'esordiente Flora Cross, figlia di Saul, professore di studi religiosi, e di Miriam, rispettivamente interpretati da Richard Gere e Juliette Binoche, e sorella di Aaron, cui presta anima e corpo Max Minghella.
Attraverso questi quattro personaggi, i due registi affrontano il tema dello sgretolamento familiare, infatti, se da una parte Eliza, bravissima nel fare lo spelling delle parole, si allena per affrontare l'animata competizione nazionale chiamata Spelling Bee, dall'altra dovrà cercare di far rimanere unita la sua famiglia, pienamente in crisi, tra la fragilità emotiva della mamma, il fratello ribelle che medita di scappare da casa ed il padre che vede qualcosa di trascendentale nel suo magico dono.
E, sorvolando su Richard Gere (un giorno ci dovrà spiegare in che modo è riuscito ad aggiudicarsi il Golden Globe per Chicago), il quale non fa altro che snocciolare discorsi dal contenuto mistico con l'enfasi di uno scolaretto che ha studiato a memoria la lezione da ripetere al professore, ci rendiamo ben presto conto del fatto che le parole d'amore cui fa riferimento il titolo del film, già dai primi minuti di visione, sono veramente troppe. Una storia in cui elementi come i suoni e le lettere assumono le fattezze di veicoli fondamentali per arrivare all'orecchio di Dio, poteva forse funzionare sulla carta, dove un'accurata descrizione dei sentimenti e delle sensazioni psico - fisiche riesce nella maggior parte dei casi a coinvolgere emotivamente il lettore. Sullo schermo, a meno che non si abbiano a disposizione veri e propri autori della Settima Arte particolarmente sensibili a questo tipo di tematiche (siamo curiosi di sapere cosa ne avrebbe tirato fuori M. Night Shyamalan), le stesse sensazioni non riescono ad essere trasmesse allo spettatore, il quale si trova abbandonato dinanzi ad uno spettacolo decisamente freddo, in cui esse vengono soltanto raccontate dai protagonisti che le provano, rendendo l'insieme tremendamente soporifero.
La sceneggiatrice Naomi Foner Gyllenhaal, candidata all'Oscar per la sceneggiatura di Vivere in fuga (1988), dice: "Volevo che questo fosse il genere di film con cui quando esci dal cinema muori dalla voglia di parlare di tutto quello che è successo, chiedi agli altri il loro parere, o discuti le idee proposte per avviare una fantastica conversazione. Spero che gran parte di questo scaturisca dal finale, molto forte e definitivo, ma anche volutamente ambiguo. L'idea è che non sia davvero la fine di qualcosa, ma l'inizio. Probabilmente l'azione di Eliza porta con sé un seme di speranza". Ma l'unica cosa in cui veramente bisogna sperare è che lo spettatore riesca a rimanere pazientemente seduto in sala, fino ai titoli di coda.

La frase: "Non fai altro che parlare, parlare, parlare, sono tutte parole vuote".

Francesco Lomuscio

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