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Bumažnyj soldat (Paper Soldier)
E' una canzone del 1959 del menestrello del disgelo, Bulat Okudzhava, a dare il titolo al terzo lungometraggio del trentaduenne Alexej German Jr. Un brano musicale apparentemente scherzoso, ma come spesso succede in Okudzhava in realtà mortalmente serio. "C'era una volta un soldato, bello e coraggioso, ma era soltanto un giocattolo: era un soldato di carta" così recita la prima strofa della canzone che termina con "Vuoi andare nel fuoco, e vacci! E ci saltò dentro un bel giorno, e così se ne andò in fumo per nulla: era un soldato di carta".
Dopo aver ricreato l'atmosfera prerivoluzionaria e i giorni concitati della seconda guerra mondiale Alexej German Jr dà la sua versione antiepica di un altro momento chiave della storia dell'Unione sovietica: la conquista dello spazio, con il primo viaggio al di fuori dell'atmosfera terrestre di Jurij Gagarin. Punto di particolare interesse per il regista russo è la storia vista con gli occhi degli uomini comuni, in questo caso attraverso lo sguardo di Daniel Pokrovskij, un ufficiale medico di stanza presso il cosmodromo situato in Kazachistan, allora agli albori.
La vicenda di Daniel si snoda su due percorsi solo apparentemente paralleli. Da un lato è coinvolto in un rapporto molto complesso con due donne, Vera e Nina, mentre allo stesso tempo è lacerato dai dubbi sull'utilità dell'intera missione spaziale. Stalin è morto ormai da otto anni e nel 1956 Krushchev ha iniziato la destalinizzazione, però l'ombra del terribile dittatore è sempre presente, sia nella fotografia che un ambulante cerca di vendere al dottore, sia nei lager che vediamo distrutti (in realtà da Solzhenicyn sappiamo bene che anche allora era una realtà tutt'altro che dismessa). E poi ci sono loro, gli astronauti, i soldatini di carta votati al sacrificio. Un sacrificio utile, un giusto tributo da pagare alle leggi del destino?
Il dilemma di Daniel è naturalmente senza risposta, e il fato spesso invocato dal dottore è un'entità capricciosa e mortale, con cui non si può scherzare senza pagarne il prezzo.
La direzione di Alexej German Jr è anche stavolta di grandissima eleganza dal punto di vista formale, con uno studio dell'inquadratura ed una gestione della troupe perfetta nei minimi dettagli. In effetti il quadro del regista russo è molto simile ad un enorme carillon, in cui ogni elemento si muove con una precisione degna di un complicato congegno ad orologeria. Indimenticabili molte sequenze, tra cui una corsa in bicicletta tra astronauti dentro alle loro tute pressurizzate. A prevalere al termine è un istinto femminile del tutto cecoviano, concreto e rassegnato allo stesso tempo. E così ancora rivivono le parole immortale del finale di Zio Vanja... ma, sembra dire il regista, è davvero possibile pensare di avere pace?
La frase: "Perché tutto in questo paese si chiama Sputnik?".
Mauro Corso
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