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Diary of the Dead
Precisiamo subito che il quinto zombie-movie di George A. Romero (se escludiamo i due episodi con defunti camminanti inclusi in "Creepshow") si pone al di fuori della storica tetralogia iniziata dal regista newyorkese nel 1968 con l’ultra-classico "La notte dei morti viventi" e conclusa ben trentasette anni dopo, forse momentaneamente, con il bellissimo "La terra dei morti viventi”".
Questa volta, infatti, seguendo in maniera evidente la moda lanciata da "The Blair witch project-Il mistero della strega di Blair", nei confronti di cui l’autore de "La città verrà distrutta all’alba" non ha mai nascosto una certa stima, il lungometraggio si costituisce per intero dell’assemblaggio di false documentazioni filmate di un gruppo di studenti dell’Università di Pittsburgh, i quali, intenti inizialmente a girare un horror insieme al proprio professore, sembrano aver finito per dover fare i conti con il misterioso flagello che ha trasformato i terrestri in morti viventi affamati di carne umana.
Quindi, a dominare sono inquadrature eseguite a spalla ed altre provenienti da camere a circuito chiuso, mentre la spettacolarità mainstream che aveva caratterizzato i tre sequel del succitato capolavoro del 1968 viene ovviamente sostituita con assalti separati e decisamente più piccoli, resi spesso memorabili dagli effetti splatter digitalmente ricreati, seppur non sempre riuscitissimi.
E, se ad apparire inconsueta è sicuramente una certa venatura ironica testimoniata sia da qualche battuta che da una auto-citazione da "Il giorno degli zombi" (il morto vivente che, alzandosi dal lettino, fa cadere in terra le proprie interiora dal torace aperto), a mancare non è certo il pessimismo di taglio politico-sociale tipico del re dei morti a passeggio su pellicola, che qui, oltre a porre in evidenza la confusione tra sopravvivenza e sciacallaggio e ad accentuare il modo in cui si tende a giustificare la crudeltà in tempo di guerra, prende di mira più del solito i media.
Non a caso, a differenza delle realtà spesso manipolate dal web e dai notiziari televisivi, le riprese eseguite dai ragazzi protagonisti, nelle quali sembrano essere presenti sia richiami dallo shyamalaniano "Signs" (il video della festa di compleanno di una bambina) che dagli zombie-movie di matrice italiana (con "Zombi 2" di Fulci in testa), altro non rappresentano che la sincera visione di fatti accaduti in un mondo la cui civiltà telematica è alla continua ricerca di verità, timorosa probabilmente della progressiva trasformazione dell’informazione tradizionale in semplice rumore.
Alla fine di tutto, però, ciò che lascia perplessi è l’impressione che Romero, che si ritaglia perfino un piccolo ruolo nei panni di un poliziotto, sembri accontentarsi semplicemente di aver portato a termine un tutt’altro che noioso esperimento del film nel film, anche se il solo fatto che un regista della sua portata sia ricorso ad uno stratagemma narrativo spesso sfruttato dai filmmakers indipendenti più squattrinati finisce automaticamente per assumere i connotati di un’affascinante metafora anti-capitalismo.
Proprio come le sue migliori opere, quindi.
La frase: "Quello che vede la videocamera è quello che vede il pubblico".
Francesco Lomuscio
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