Final Destination 3
Prendete la struttura di una qualsiasi pellicola appartenente a quel sottogenere dell'horror meglio conosciuto come slasher, il quale prevede fantasiosi omicidi a ripetizione ai danni di un gruppo di persone in un luogo più o meno chiuso, e sostituite l'assassino o la creatura mostruosa di turno con la morte in persona, rappresentata attraverso gli incidenti domestici che provvedono quotidianamente a far calare un barlume di tristezza sul mondo. Questo deve aver pensato l'esordiente sceneggiatore Jeffrey Reddick quando, nel 2000, firmò il soggetto di Final destination, primo lungometraggio cinematografico diretto dall'x-filesiano James Wong, in cui assistevamo al tragico, progressivo sterminio dei sopravvissuti ad un disastro aereo. Mix non del tutto riuscito di tensione ed ironia, Final destination ha finito ben presto per trasformarsi (ingiustamente) in un vero e proprio cult-movie nell'ambito del cinema indirizzato ai teen-agers, al pari livello di prodotti goliardici del calibro di American pie (non a caso, i produttori sono gli stessi Craig Perry e Warren Zide).
Ora, dopo l'ottimo, violentissimo Final destination 2, del 2003, diretto da quel David Richard Ellis in seguito responsabile del thriller Cellular, James Wong torna dietro la macchina da presa per dedicarsi al terzo capitolo della saga, affiancato in fase di sceneggiatura da Glen Morgan, già co-autore dello script del capostipite.
Niente aeroplani difettosi, né spaventose catastrofi stradali in questo nuovo episodio, bensì un gruppo di amici che decide di festeggiare il conseguimento del diploma in un luna park, dove, grazie alla sensazione premonitrice di Wendy, riescono quasi tutti ad evitare le mortali conseguenze dell'improvviso deragliamento dei binari delle montagne russe, all'interno di una sequenza che farà la gioia di chi ha amato Rollercoaster-Il grande brivido (1977) di James Goldstone. Da questo momento in poi, come vuole la legge del sequel, viene tirato nuovamente in ballo lo stesso, identico scheletro narrativo che fu alla base dei due film precedenti, con tanto di Tony Todd che torna, però, soltanto per prestare la voce al diavolo (almeno nella versione originale). Quindi, alla già citata Wendy, con il volto della Mary Elizabeth Winstead di Sky high-Scuola di superpoteri (2005), si affianca Kevin, interpretato dal Ryan Merriman di Halloween-La resurrezione (2002), nel tentativo di sfuggire all'incombente destino negativo che, intanto, sta già provvedendo a cancellare dalla faccia della Terra i loro conoscenti.
Senza dimenticare di affibbiare ai protagonisti i nomi di più o meno noti registi del panorama horror (si và da Romero a Ulmer, a Wise, a Halperin), Wong, tra pistole sparachiodi in azione, veicoli fuori controllo ed abbondanti spargimenti di liquido rosso, sembra ormai essere interessato soltanto ad inscenare la crudele mattanza, attraverso una vicenda basata in maniera esclusiva sulla continua ricerca di atroci ed originali sequenze di morte. Ma, pur generando efficacemente tensione, nel corso dell'attesa che precede i diversi, impressionanti incidenti, non riesce in alcun modo ad eguagliare il risultato ottenuto da Ellis, decisamente più abile nel dosare violenza ed ironia. In ogni caso, ciò poco interessa ai seguaci dello splatter su celluloide, i quali usciranno probabilmente soddisfatti e divertiti dalla sala, mentre gli altri dovranno accontentarsi di aver compreso, almeno, che non sempre la palestra ed il solarium fanno bene al corpo umano.

La frase: "Non c'è scampo alla morte".

Francesco Lomuscio

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