Il signore degli anelli - Le due torri
Finalmente ci siamo. In ritardo di un mese rispetto al resto del mondo, approda nelle nostre sale la seconda parte della trilogia di Tolkien. Dico subito che le aspettative sono state ampiamente soddisfatte. "Le due torri" è grandioso, ricco, opulento, emozionante, appassionante e commovente. Riempie l'anima e il cervello, le colma di immagini e di suoni, le ciba di suggestioni, le nutre di passioni. Perché "Le due torri" è la grande battaglia sotto le mura di Rohan, la lotta interiore di Frodo con il pesante fardello che porta al collo, l'amore impossibile tra Aragorn e Arwen, il ritorno di Gandalf dalle tenebre dell'inferno, la furia degli Ent contro la violenza devastatrice di Saruman e dei suoi orchetti. Ma "Le due torri" è soprattutto l'avvento di Gollum, personaggio centrale dell'opera di Tolkien, più di Gandalf o di Aragorn, forse più dello stesso Frodo. Gollum impersona il grado zero della filosofia Tolkeniana, la cifra più consistente della mitologia concepita dallo scrittore inglese.
Totalmente asservito al potere dell'Anello, distorto da questo nella mente ma anche nel fisico, Gollum è subdolo e sincero, amico e nemico, dolce e terrifico, ispira odio e pietà. E tutto ciò, questa schizofrenia condotta alle estreme conseguenze, è stata magistralmente rappresentata nel prodotto digitale che dà vita all'immagine di Gollum. Capace di un ventaglio di espressioni amplissimo e variegato, Gollum si muove sulla scena come un consumato attore tanto che è difficile credere che sia solo frutto della tecnologia di un computer (anche se le movenze sono quelle dell'attore Andy Serkis catturate e poi scansionate).
Come detto, il film è all'altezza delle aspettative. Come nel precedente, ma non c'è da meravigliarsi, la sceneggiatura - pur mostrando qualche difficoltà nel seguire le tre storie che si dipanano - rispetta ed enfatizza il senso recondito del libro. Anche i nuovi personaggi, che affiorano in questo secondo episodio, sono correttamente caratterizzati, tutti ben disegnati e tratteggiati nei loro chiaroscuri emotivi così cari a Tolkien. Tra di essi spiccano la viscida doppiezza di Vermilinguo (Brad Dourif "Qualcuno volò sul nido del cuculo"), la nobile rigidezza di Re Theoden (Bernard Hill "Titanic"), il dissidio interiore di Eowyn, la nipote di Re Theoden (Miranda Otto, "Julie walking home") le giovanili intemperanze di Faramir, (David Wenham) il fratello di Boromir morto alla fine del primo film. Ma tutti i personaggi dell'opera, soprattutto nella lunghissime, forse troppo, sequenze della battaglia al fosso di Helm, concorrono meravigliosamente a rendere quel senso di sodale coralità che informa l'opera di Tolkien. E questo il regista Peter Jackson lo sa bene, ed altrettanto bene lo rappresenta. Come con attenzione e sconcertante capacità visionaria riprende il paesaggio rendendolo esso stesso un personaggio, come con estrema cura e discrezione introduce i temi della dicotomia tra ambiente e tecnologia rappresentati dalla foresta degli Ents e dalla terribile fucina di Isengard, come con efficacia ci mostra una folle folla hitleriana inneggiante ai gridi di guerra del loro generale Saruman.
Jackson ha amato ed ama il libro e per questo lo lodiamo e lo amiamo. Per la stessa ragione, però, non gli perdoniamo la sequenza dell'elfo Legolas che durante la grande battaglia sbaraglia i nemici scivolando su di una tavola come fosse un rudimentale skateboard.

Das

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