Kabuli Kid (Il bambino di Kabul)
Opera prima del documentarista Barmak Akram, Kabil Kid, il "bimbo di Kabul" ha il fascino di un tipo di cinema che è sempre più difficile vedere in Europa (per non dire in Italia): un cinema in grado di rappresentare la realtà del proprio tempo raccontando una storia concreta e credibile, senza pretese di virtuosismi e senza finalità didattiche o moralistiche. La vicenda, ambientata nell'Afghanistan di oggi è molto lineare: una donna la cui identità è completamente celata da un burqa azzurro abbandona il proprio bambino nel sedile posteriore di un taxi. Così inizia la peripezia del povero taxista che cerca di trovare la madre per restituirle il bimbo. Tra l'altro il tassista, sposato e padre di molte figlie, desidererebbe così tanto un figlio maschio...

In questo modo, con gli occhi del tassista, lo spettatore può fare un viaggio visivo in una città di fatto sconsigliata da qualunque operatore turistico mondiale: Kabul. Ne riesce a provare la polvere, il caos, l'affollamento di una città prostrata da una guerra durissima che però non rinuncia a vivere e a sperare, un luogo in cui i biberon si fanno con le bottigliette di coca-cola, dove una stazione radiofonica è di fatto un'istituzione pubblica importantissima e dove il mercato nero ha una funzione sociale. Un luogo in cui le ferite della guerra sono ancora palpabili, nelle buche nell'asfalto lasciate dalle bombe americane, nell'eco delle esplosioni degli attentatori suicidi che ancora irrompono nell'apparente quiete cittadina, nei coprifuochi e nella latitanza delle forze dell'ordine locali. Tutti elementi che il regista riesce a inserire con garbo e naturalezza in una vicenda che non fa leva sul patetismo o sulla compassione, ma anzi coinvolge nella semplicità del percorso di un bambino che attende il ricongiungimento con la propria madre. Raffinato il tocco registico che consente il riconoscimento della fanciulla che ha lasciato l'infante nel taxi. Nell'intero film è impossibile intuire il suo aspetto, e l'unico dettaglio che si riesce a intuire della sua fisicità è un piccolo neo sulla caviglia che la ragazza inopinatamente scopre salendo sul taxi. Mai una caviglia era stata tanto sensuale e risolutrice come in questo caso.

Ottimo il cast e davvero straordinario è un vecchio dai capelli e dalla barba bianchissimi, che narra ancora una volta la vicenda di Salomone con lo stupore di chi la racconta per la prima volta. Film utile e dilettevole allo stesso tempo.

La frase: "Abbiamo ballato con la musica russa, poi con la musica pakistana, presto balleremo il rock'n'roll!".

Mauro Corso

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