L'età barbarica
Fantasie da stress. Dopo tre mesi in giro per il mondo a promuovere "Le Invasioni barbariche", Denys Arcand ha immaginato, al proprio posto, un uomo comune dai desideri ad occhi aperti che compensano un vuoto affettivo-sessuale. Colpa della tendenza femminile a quella che il regista definisce “inaccessibilità” (la moglie fredda macchina professionale, la collega lesbica, la dirigente spietata e, negli incontri da 5 minuti, singles che cercano soldi, muscoli e automobile di lusso); mentre il titolo originale – "l’âge des tènèbres" - rende meglio l’idea del buio medioevo verso cui Arcand vede dirigersi la società, tra crociate contro gli islamici (che tra l’altro dopo l’11 settembre possono essere arrestati e trattenuti senza prove) e un panorama generale da “epoca di disintegrazione”, a conclusione della trilogia cominciata con "Il declino dell’impero americano" e proseguita con il succitato penultimo film.

Il suo funzionario di provincia, senza qualità, abita in una villetta a schiera con giardino, con due figlie indifferenti, psicofarmaci nell’armadietto del bagno e nel frigo i surgelati. Fuori dall’uscio traffico, violenza di bande di minorenni, inquinamento, incomunicabilità (tutti sono impegnati al cellulare o ai videogame), medici disumani. In azienda sedute motivazionali (il sorriso fisso come religione) e l’ipocrita fanatismo del “politicamente corretto” del potere (i rigidi controlli anti-fumo al lavoro, dove parole quali “negro” e “nano” sono state eliminate, e la legge sul patrimonio pubblico per cui se un incidente provoca danni alle cose, la vittima - anche se resta invalida - deve risarcire). Una commedia surreal-grottesca, dai piani continuamente sovrapposti tra sogni soggettivi e incubi sociali, alla riuscita della quale contribuisce la maschera di Marc Labrèche (già attore teatrale, cinematografico e soprattutto famoso comico televisivo), con un’atmosfera cupa e apocalittica stemperata dal finale che affida ad una tela di Cèzanne il ruolo salvifico dell’Arte.

La frase: "Lavorare troppo non è intelligente. Non è una qualità".

Federico Raponi

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