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La terra dei morti viventi
A distanza di vent'anni tornano gli incubi romeriani, scenari di un'apocalisse di genesi tutt'altro che umana, nè autoctona al genere. Gli zombi, i morti viventi, continuano a camminare sulla terra. Anzi. Sono a pieno titolo detentori di una larga fetta di quel che prima era ricordata come una multicolore e formicolante metropoli.
New York, scenario per eccellenza di sequenze epico-apocalittiche (Vi ricordate Vanilla Sky?) è per l'80% ad appannaggio delle mostruose creature dell'oltretomba (gli "walker", come vengono cinicamente e inquietantemente definite nella versione originale). La popolazione sopravvissuta all'ondata di questo strano morbo è arroccata all'interno di Manhattan, dove cerca di tessere trame sociali e rapporti umani che ricalchino la serenità e la normalità della vita di una volta. La struttura sociale che si riforma all'interno della fascia protetta è paradigmatica della sottotraccia di critica sociopolitica di tipica appartenenza al cinema horror. Si distinguono così, disegnati chiaramente, gli stereotipi della grande elite governativa, degli eroi e antieroi popolari, della massa brulicante e ignara e della "contromassa", quei morti viventi che, sembra voler accennare Romero, sono meno ignari di quel che accade che non il popolo rinchiuso e illuso nella piccola lingua di terra ancora civilizzata.
Se c'è una grande novità, che però veniva quantomeno accennata nel lontano e mitologico "La notte dei morti viventi", è che gli zombi apprendono dall'esperienza. Novità quasi epocale per il genere che li aveva visti essenzialmente come creature stupide ed intellettualmente immobili. L'apprendimento, una minima capacità di saper collegare causa ed effetto, sarà la rovina per la massa brulicante, che si sente garantita da un potere che fonda le sue basi sull'argilla.
A differenza dello scanzonato Danny Boyle di "28 giorni dopo" che ci regalava morti viventi agili e scattanti, (caratteristica che verrà ripresa proprio dal remake di "Zombi", "L'alba dei morti viventi" di Zack Snyder) Romero torna agli zombi da lui inventati. Gli "walker" rispondono in pieno al loro nome, non corrono, camminano. La condizione che subiscono menoma i loro movimenti, non li sviluppa. Radicalmente diversa diventa la chiave di lettura in questo senso. Nel primo caso, la massa informe di non morti costituisce un pericolo in quanto fisicamente più prestante e pronta dell'uomo, vera e propria massa d'urto. Romero sembra voler riportare il genere, a suo avviso deragliato, nei giusti binari. Gli zombi costituiscono, come vuole la (sua) tradizione, un pericolo perché sottovalutati. Ma oltre a questo c'è anche un'indicazione, un consiglio, per l'esplorazione di futuri territori. Ovvero la minaccia dell'intelligenza, della comprensione del reale, che mette a serio rischio quella barriera intellettivo-percettiva che ci superava dal diverso.
Romero mette in scena così un nuovo classico, che risente tuttavia dell'ormai abuso che si è fatto del genere. I trucchi del mestiere emergono nel montaggio frenetico, contrapposto alle musiche quasi consolatorie, ma che assumono un accezione inquietante grazie alla loro gestione attenta e puntuale. Per protagonisti principali il regista sceglie due volti non noti al grande pubblico come quelli di Simon Baker (già visto ne "Il pianeta rosso") e John Leguizamo (lui invece protagonista minore di una serie di buoni lavori, tra i quali "Summer of Sam" di Spike Lee o "Moulin Rouge" di Baz Luhrmann). Gli si affianca un'Asia Argento che sguazza in un ruolo a lei congeniale, e Dennis Hopper, anche lui in una parte che gli si attaglia.
A quasi quaranta anni dal primo, extra-economico, lavoro, il padre degli zombi ritorna sul grande schermo ancora una volta, innestandosi su un solco ormai (troppo) battuto, ma regalandoci delle idee nuove che, a ben vedere, potrebbero porre le basi per una reinvenzione del genere.
Pietro Salvatori
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