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Yadasht bar zamin - Tracce sulla terra
L'epigrafe all'inizio del film recita all'incirca: "La terra e il cielo sono il taccuino di Dio. Alcuni non lo leggono. Altri non lo capiscono. Ma i peggiori sono coloro che lo leggono e lo interpretano male, usandolo come scusa per spargere sangue sul suolo di Dio". Già solo da questo si capisce quale sia la forte impronta politico-ideologica del film dell'esordiente regista iraniano Ali Mohammad Ghasemi.
Un pastore desidera avere un figlio, ma la moglie prima di morire riesce a dare alla luce due figli già nati morti. Allora l'uomo, reso folle dalla sofferenza interpreta la sua tragedia personale come un segno divino. Comprende allora che l'unico modo per salvare i bambini del villaggio dalla corruzione dilagante, preservandone la purezza è di ucciderli.
La pellicola di Ghasemi è in parte a colori ed in parte in bianco e nero. Nelle idilliache sequenze iniziali le immagini sono piene di colore, aeree e costruite con carrellate che sovrastano la coppia come un arco protettivo ideale. Man mano che la vicenda diventa sempre più truce per via del crimine dell'infanticidio, viene usato un bianco e nero sempre più grezzo e spettrale fino all'essenzialità dell'inquadratura. Al contempo lo spettatore è sempre più coinvolto nella follia dell'uomo, grazie anche a frequenti pseudo-soggettive che lo trascinano sempre di più nel vortice di una ideologia assassina. Meraviglioso il protagonista, che da marito innamorato e futuro padre si trasforma in un personaggio da incubo, in un torvo uomo nero degno di un antica leggenda, vestito soltanto di un mantello nero. Il suo unico avere è un pesante coltello ricurvo da cui non si separa mai, come se avesse cessato di essere un uomo per diventare una maschera dell'orrore o peggio, la mano dell'ira divina sulla terra. Il meccanismo più insidioso consiste nel processo di identificazione che lo spettatore è costretto a subire, perché il regista costringe a provare simpatia per il dolore dell'uomo, che da disperazione si muta in frenesia omicida, dimostrando quanto possa essere strisciante una convinzione religiosa insidiosa e mortale e di quanto possa avvelenare lo spirito senza potersene accorgere. E per un atto violento come la soppressione della vita più innocente che esista al mondo non c'è ritorno né redenzione, ed anche se a questo mostro di Dusseldorf iraniano viene concessa una seconda possibilità (indossa persino un mantello di colore chiaro) e cerca di usare la sua terribile roncola come uno strumento per il lavoro quotidiano, resta un margine di ambiguità che non può scacciare mai la continua attesa di atto cruento ed irreparabile.
Lo spettatore non può non essere turbato dopo la visione di Tracce sulla terra. Ed è proprio da questo momento che deve iniziare la sua riflessione personale sui meccanismi di fascinazione del fanatismo (religioso o no), ed il modo per trovare gli anticorpi a questo pericolo che ormai non possiamo più ignorare.
La frase: "Si finge pazzo per nascondere il suo peccato!"
Mauro Corso
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